La proposta di direttiva europea sul copyright

Oggi (5 luglio) il Parlamento Europeo ha bocciato la cosiddetta proposta di direttiva sul copyright.
È tardi per aprire un dibattito e entrare nel merito della proposta però faccio ugualmente qualche considerazione estemporanea perché la decisione odierna del parlamento ha semplicemente rimandato la discussione riaprendo i negoziati tra il Parlamento stesso, la Commissione e il Consiglio Europeo.
Il tentativo di limitare la libera circolazione delle informazioni su internet è stato solo momentaneamente scongiurato.

Il diritto d’autore è un diritto fondamentale già protetto egregiamente in vario modo. Per l’UE invece sarebbero necessarie ulteriori misure a sua salvaguardia e, a partire da questa premessa color foglia di fico, la Commissione Europea, nel lontano 2016, ha proposto la direttiva in questione.
L’articolo 11 di questa direttiva obbligava le piattaforme online “che pubblicano link o snippet a pubblicazioni di carattere giornalistico a munirsi preventivamente di una licenza rilasciata dal detentore dei diritti”. L’articolo successivo imponeva a queste piattaforme a pagare un compenso agli editori, chiamato impropriamente link tax, alla sola apparizione di qualsiasi anteprima di un contenuto con diritti d’autore. Il rischio di pagare un compenso avrebbe spinto piattaforme come Twitter o Facebook a disincentivare questo tipo di contenuti. Se consideriamo anche Google tra le “grandi piattaforme”, l’effetto censorio sarebbe potuto essere di portata più vasta qualora il motore di ricerca avesse deciso di modificare il modo di indicizzare i contenuti dotati di diritti d’autore per mitigare le perdite dovute alla link tax.

È plausibile ipotizzare che questa direttiva avrebbe ridotto almeno parzialmente la libertà di pubblicazione su queste piattaforme e questo avrebbe portato le piattaforme ad adottare, a tutti gli effetti, comportamenti censori. Wikipedia è arrivata a sostenere che “se la proposta fosse approvata, potrebbe essere impossibile condividere un articolo di giornale sui social network o trovarlo su un motore di ricerca” e che “Wikipedia stessa rischierebbe di chiudere”.

Naturalmente secondo la direttiva soltanto le “grandi piattaforme” avrebbero dovuto pagare questo compenso agli editori. Difficile capire come si possa distinguere tra grandi e piccole piattaforme e come i singoli stati, al recepimento della direttiva, avrebbero interpretato questa distinzione arbitraria tra grandi e piccole piattaforme.
Altro problema sarebbe stato definire quali fossero i produttori di contenuti titolati a ricevere il compenso. Gli editori e la stampa on line avrebbero diritto a compensi a differenza di semplici blog che non sono pubblicazioni “a carattere editoriale”? Nel mercato italiano potrebbe essere facile fare una distinzione in tal senso viste le stringenti normative sulla stampa. In altri paesi europei potrebbe essere meno semplice e soggetti diversi, più o meno autorevoli, avrebbero potuto legittimamente richiedere un compenso con la conseguenza che le piattaforme citate si sarebbero trovate a dovere risarcire una vasta pletora di produttori di contenuti.

La link tax sembrava essere banalmente una sorta di indennità sulla citazione. Una citazione non può essere soggetta a pagamento. Copiare un contenuto è già vietato, citare un contenuto invece è sempre stata una pratica legittima. Immaginate se chi pubblica un saggio o un testo scientifico dovesse pagare un compenso per ogni citazione al suo interno. Dato che questo non avviene per le pubblicazioni cartacee è difficile capire perché la citazione di un contenuto altrui dovrebbe assumere un significato differente e per quale motivo debba essere sottoposta a regole differenti se fatta online. È evidente, per questi motivi, che l’intenzione del legislatore era diversa dalla semplice tutela del diritto d’autore.
La direttiva conteneva inoltre un secondo articolo forse ancora più inquietante. L’articolo 13 della direttiva infatti prevedeva che “i contenuti caricati online all’interno dell’UE debbano essere verificati preventivamente” per scongiurare la pubblicazione di materiale protetto dal diritto d’autore. Come farebbero le piattaforme a verificare i contenuti? Semplice, in modo automatico, come fa già YouTube. Sicuramente, piuttosto che incappare in una presunta violazione del copyright con possibili spiacevoli conseguenze legali, questi contenuti verrebbero, nel dubbio, sempre automaticamente censurati. E su questo non ho altro da aggiungere.

Una direttiva europea è rivolta direttamente agli stati membri; questi successivamente devono legiferare e uniformandosi alla direttiva. Questa fase sarebbe stata quella più pericolosa perché di fronte a indicazioni così arbitrarie i nostri legislatori avrebbero potuto sbizzarrirsi e amplificare a dismisura gli effetti distorsivi.

Le direttive europee sono promosse dalla Commissione Europea che è l’istituzione con potere d’iniziativa legislativa all’interno dell’UE. Se il Parlamento Europeo, come in qualsiasi architettura istituzionale democratica, avesse il potere di iniziativa legislativa avrebbe qualche difficoltà in più a proporre un simile obbrobrio largamente criticato e osteggiato dato che dovrebbe rispondere agli elettori e le scelte impopolari hanno sempre un costo politico. Questo però è un discorso troppo ampio per essere fatto in questa occasione.

Quando lo Stato (o uno pseudo-stato come l’UE) decide di regolamentare una materia scarsamente o per nulla regolamentata persegue normalmente i soliti obiettivi: tassare, controllare e reprimere.
Nel caso della direttiva sul copyright l’obiettivo principale del legislatore è stato palesemente il controllo dell’informazione on-line. La misura sembra solo essere il naturale approdo della battaglia censoria su fake-news e hate speech portata avanti in prima linea da alcuni stati europei come la Germania (Netzwerkdurchsetzungsgesetz) e supportata ampiamente dai media mainstream.
Importante non abbassare la guardia perché questo è solo un primo tentativo andato alla deriva. Presto sentiremo parlare del nuovo accordo post negoziati tra Parlamento e Commissione o direttamente di una nuova direttiva.

By | 2018-07-11T21:47:29+00:00 luglio 5th, 2018|Cultura libertaria, Privacy|0 Comments

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